“My mother’s depression”, inherited on the night of the blood moon

Carolyne M. Acen, aka Afroetry, is a Ugandan Spoken word poet, writer and counselor. She has dedicated her life to poetry, which for her has become a form of activism to raise consciousness about delicate and complex issues: among these the condition of women, the search for freedom and all the prejudices coming from a patriarchal and macho mentality, not only African one. In this text, “My mother’s depression” she explores the theme of psychological distress linked to the family situation and, in fact, to a form of life oppressed by social constraining.

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Konan, “Noi non siamo”, quello sguardo malato vuoto di umanità

Chi è il malato? Come si riconosce la malattia? Sta dalla parte di chi la vive o di chi la osserva o, peggio la giudica? “Noi non siamo” dello slammer ivoriano Placide Konan è un testo profondo, pungente, un rapido pugno nello stomaco. Nel carattere tipico di questo autore, soprannominato il “Mostro” per il suo stile atipico e impegnato. Con questo stile Placide ha conquistato il podio in diverse competizioni slam nel suo Paese. Un vero mattatore quando è sul palco e usa la parola per indurre a riflettere e allo stesso tempo riempie il pubblico di emozioni.

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Konan, “Nous ne sommes pas”, ce regard enfirme vide d’humanité

Qui est l’inferme? Comment reconnaît-on la maladie? Est-ce du côté de ceux qui le vivent ou de ceux qui l’observent ou, pire, qui le jugent? “Nous ne sommes pas” du slammeur ivoirien Placide Konan est un texte profond et émouvant, un coup de poing rapide dans le ventre. Dans le caractère typique de cet auteur, surnommé le “Monstre” pour son style atypique et engagé. Avec ce style, Placide a conquis le podium dans plusieurs compétitions slam dans son pays. Un vrai histrion quand il monte sur les planches et utilise les mots pour provoquer la réflexion et en même temps submerge le public d’émotions.

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“Sono un rifugiato nella mia mente”, la perdita dell’appartenenza

In questo testo poetico Alex Kitaka racconta il senso di estraneità rispetto al mondo e persino a se stessi tipico del disagio mentale, dei cattivi pensieri che come mosche ronzano nella testa a ripeterci che non c’è posto per noi, da nessuna parte. Ma Alex ci ricorda che c’è sempre la possibilità di “fiorire” e la condivisione è un grande strumento di guarigione: “Ritengo che la scrittura offra un luogo sicuro per lasciarsi andare e far uscire quei sentimenti che minacciano la salute mentale di un individuo. Come sempre, la scrittura è terapeutica!”

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“I am a refugee in my mind”, when the sense of belonging is lost

In his poem “I am a refugee in my mind”, Alex Kitaka describes the sense of estrangement from the world and even oneself brought by mental distress. Bad thoughts represented by house flies buzz in our head and keep saying that there is no place for us, anywhere. But Alex reminds us that there is always a chance for us to bloom like roses and to heal through sharing: “I believe that writing creates a safer place to let out and let go of feelings that endanger someone’s mental health. Like always, writing is therapy!”

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Baya Osborn, “Occhi d’oceano” che non hanno passato né storia

Baya Osborn – nome d’arte Bayable Word – è un poeta e scrittore keniota di appena diciotto anni. “La mia vita ha preso la strada della poesia” ci ha raccontato. Tra i temi dei suoi testi anche la salute mentale. “La malattia mentale è qualcosa che può riguardare davvero chiunque. Soprattutto persone giovani. Noi scrittori dovremmo scuotere e incoraggiare attraverso le nostre opere tutti coloro i quali vivono un periodo difficile, dovremmo far passare il messaggio che teniamo a loro, che li difenderemo e che le loro vite cambieranno”.

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Baya Osborn, “Ocean Eyes”, where there is no past, no history

Baya Osborn is a Kenyan born poet and writer and use the pen name Bayable Word. He is just 18 years old. “My life journey has been poetic” he told us. We also asked how come he has written poems on mental health: “Mental illness is something that is really affecting any people. Mostly people of the young age, and it is we writers that are supposed to wake and encourage those people going through tough times through our writings that we care about them, we will speak for them and their lives will change”.

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Etnopsi, imparare a interpretare il disagio psichico dei migranti

Il lavoro etnopsichiatrico prevede la capacità di staccarsi dalle strutture di interpretazione e di cura stabiliti dai modelli occidentali. E prevede che il paziente sia totalmente protagonista delle singole sedute e della terapia. Ne abbiamo parlato con Natale Losi, direttore della scuola Etnopsi, Scuola Etno-Sistemico-Narrativa e autore di numerosi testi sul trauma e con Noemi Galleani, psicoterapeuta e docente della scuola, unica in Italia.

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Eleazer Obeng, “Il laccio del diavolo”, male silenzioso che opprime

“Il sole è alto, sembra un nuovo giorno. Sospiro. Sei ancora qui. Non lo è. Come sei entrata? Piango. Un frastuono innaffia la mia ansia facendo germogliare il dubbio e i traumi del passato che pensavo di avere sepolto.” Questo poema, ci racconta Eleazer Obeng, “nasce come annotazioni in cui cercavo di dare un senso a una facciata creata per allontanare un vuolo che sentivo dentro e che non riuscivo a spiegarmi”. Dennis, questo il nome nella vita reale, si definisce “gender fluid” e in Ghana, Paese dove è nato e vive, è attivista per i diritti dei queer.

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Eleazer Obeng, “The Devil’s Snare”: that silent, oppressive evil

“The sun is up, it seems like a new day sigh. you are still here. It’s not. How did you get in? I cry. Hubbub waters my anxiety. Sprouting doubt, and the traumas of my past I thought I buried.” This poem, as Eleazer Obeng tells us, “was born as annotations in which I tried to make sense of a facade created to remove an empitenss that I felt inside and that I could not explain to myself”. Dennis, this is the name in real life, defines himself as a “gender fluid” and in Ghana, the country where he was born and lives, he is an activist for queer rights.

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