“Depression”, when it loosens its grip music sounds differently

Often people with a (mental) illness turns to personification as a way of coping with it. The illness becomes an entity with a life and a will of its own. So Tanzanian author Delphina Robert writes a letter poem to her despression that has suddently left, after being with her for a long time. Nobody informed her of this “departure” but this new absence makes itself very clear: music has a very different sound now. And despite initially feeling akward in this condition, the loosening of depression’s grip leaves room to relief and to a blank space ready to be filled up with new words.

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“Depressione”, il suono della musica in quella morsa che si allenta

Spesso chi convive con una patologia finisce con il personalizzarla, considerarla come un’entità con una vita e una volontà propria. Così l’autrice tanzaniana Delphina Robert scrive, in forma poetica, una lettera alla depressione che, se fino a poco prima era con lei, ora se n’è andata improvvisamente. Nessuno l’ha avvisata di questa “partenza”, dice, ma ora l’assenza è evidente: la musica ha tutt’altro suono. E la sensazione iniziale di disagio, di trovarsi in una condizione diversa, lascia spazio al sollievo, e a un foglio bianco tutto da scrivere.

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“Midnight Crisis”, when you take cover under the roof of trauma

The days go by in solitude; the narrator is far from her family and has no access to means of communications. She then looks at a picture of herself, a glowing and enthusiastic version of herself very different from her perception in that moment. From that observation emerges a dialogue with the self, as she looks for a sense of identity, for personal and family history and eventually, for a sense of belonging. So she returns with her mind to her parents, to her grandmothers and individual and intergenerational traumas, such an “unbalanced cycle of life” we try to make sense of.

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“Crisi di mezzanotte”, per correre al riparo sotto il tetto del trauma

Le giornate si susseguono in una condizione di solitudine; la voce narrante racconta di essere lontana dalla famiglia e senza accesso ai mezzi di comunicazione. Osserva una foto di sé, una versione smagliante e piena di entusiasmo, ben lontana dalla percezione di quel momento. Da questa osservazione scaturisce un dialogo con il proprio io, alla ricerca dell’identità, della storia personale e famigliare; infine, di un senso di appartenenza. E così la mente va ai genitori, alla vita della nonna e ai traumi, individuali e intergenerazionali, un grande “ciclo di vita senza equilibrio” al quale cerchiamo di dare senso.

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“Return(ing) to Sender”, when that illness brings to constant lying

A visiting mother, a complicated relationship that emerges from the daughter’s hope to avoid the meeting. To avoid her worried and interrogative look on a body that doesn’t “function” properly, that rejects and shuts down. The same body her mother once fed is now rejecting nourishment; and its gradual crumbling and dissolving almost provokes a pleasant sensation, a pleasure that can’t be said out loud. Tanzanian poet Lydia Kasese describes all this and how the certainty that one day we all go back to where we came from turns into an alibi to let the illness nurture you and not react to this force fighting your body and mind.

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“Resa al mittente”, la malattia che diventa amica ed eterna bugia

Una madre in visita, un rapporto complicato che emerge dalla volontà della figlia di evitare l’incontro. Di evitare lo sguardo preoccupato e inquisitivo della madre sul corpo che non “funziona” come dovrebbe, che rifiuta e si chiude. Quel corpo che la madre un tempo sfamava, ora respinge ogni forma di nutrimento e il suo lento sbriciolarsi e dissolversi provoca quasi piacere, un piacere che non si può dire. La poeta tanzaniana Lydia Kasese racconta tutto questo e di come la certezza che noi tutti torneremo un giorno nel luogo da dove siamo venuti diventi un alibi per cullarsi nella malattia e non reagire a questa forza che combatte il corpo e la mente.

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“Dispatch from Ward C”, those wounded words in a hospital room

This poem by Sarah Lubala is a voice. It’s a voice that speaks to us as it reads a dispatch from a psychiatric ward. In a dreamy, surreal atmosphere, we see fleeting images as if browsing pictures taken in a hospital: a dead bird on the back stairs, the noisy corridors, a roommate with a razor blade… And these images get mixed with distant memories that suddenly and uncontrollably emerge and take over, making room for personal and intergenerational trauma. In the meantime stonewashed linen is “summering at the window” as a sign of hope, that life “out there” is possible – through acceptance and healing.

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“Bollettino dal reparto C”, le parole ferite in una stanza d’ospedale

Questo testo di Sarah Lubala è una voce. Una voce che ci parla e legge un bollettino da un reparto psichiatrico. In un atmosfera surreale, di sogno, le immagini scorrono rapide davanti a noi come istantanee: un uccello morto, i corridoi rumorosi, una compagna di stanza con una lametta… Queste immagini si confondono con ricordi lontani che emergono improvvisi fino a prendere il sopravvento e lasciare spazio al trauma individuale e intergenerazionale. Nel frattempo, le lenzuola di lino “trascorrono l’estate alla finestra”: è la speranza, l’attesa della vita “là fuori” fatta di accettazione e guarigione.

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“Una lettera alla mia migliore amica”, la scrittura come guarigione

L’autrice tanzaniana Leah Gerald Soko racconta di aver scritto questo componimento di notte, con la mente e l’animo in subbuglio. Sentendosi impotente e incapace di fronte alle difficoltà della sua vita e, soprattutto, sentendo di non avere nessuno con cui confidarsi, ha deciso di scrivere. Una lettera alla sua migliore amica diventa l’occasione per aprirsi rispetto ai suoi sentimenti più nascosti, per affrontare le avversità e trovare la motivazione per accettare la sofferenza e decidere di voler guarire. Come Leah stessa ci ha detto, la scrittura ha aperto “un varco nella depressione e nell’ansia” e rappresenta ora uno strumento “per guarire e sentirmi forte e sicura.”

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“A letter to my best friend” is a letter to oneself, a hope for healing

Tanzanian author Leah Gerald Soko recounts how she wrote this poem at night, her mind storming and troubled. Feeling useless and unable to do anything about her challenges in life and above all, feeling she had no one to talk to, she turned to writing. A letter to her best friend becomes the chance to open up about her innermost feelings, to face her difficulties and encourage herself to accept her pain and be responsible for her own recovery. In Leah’s words, writing has been “a breakthrough towards depression and anxiety” and it represents now a way “to heal and feel strong about myself”.

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“Finally at peace”, the last bullet will let you fly high in the sky

Reem Yasir, Sudanese poet, opens her poem “in medias res”. The protagonist has a gun in her hand, it’s loaded. There are three bullets, three chances of ending it. Of silencing that evil voice in the head that has always commented every action and thought insulting and belittling. But the protagonist misses and the voices becomes even more cruel. The final lines of the poem portray all the contrasting emotions that can be felt in such a desperate moment: the exasperation of a soul that can’t find any peace and the unspoken, touching desire for a different life.

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“Finalmente in pace”, l’ultima pallottola per volare in alto nel cielo

Reem Yasir, poetessa sudanese, apre questo componimento poetico “in medias res”. La protagonista ha una pistola mano, è carica. Ha tre pallottole, tre opportunità da non sprecare per farla finita. Per mettere a tacere quella voce cattiva nella testa che da sempre commenta ogni azione e ogni pensiero insultando, denigrando. Ma sbaglia la mira e la voce si fa sempre più crudele. Il finale della poesia racchiude tutte le emozioni contrastanti di un momento così disperato: l’esasperazione di un’anima che non riesce ad appacificarsi e l’inespresso, commovente desiderio di poter vivere una vita diversa.

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“Vivere con il disturbo bipolare”, dubitare di se stessi e della realtà

La consapevolezza è il primo passo verso la guarigione e la scrittrice kenyota Emily K Millern lo sa. Scrive spesso dei suoi disturbi mentali e così trasforma un tema non tradizionalmente “poetico” in arte, ottenendo anche un effetto terapeutico per sé e per chi legge. La condivisione di esperienze molto intime “ci ricorda che non siamo soli, che facciamo parte di una battaglia più grande in cui ciascuno deve fare la propria parte”, come lei stessa ha detto. Emily, infatti, si occupa attivamente di sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema tanto delicato quanto trascurato come quello della salute mentale.

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“Living with bipolar disorder”, questioning yourself and reality

Self-awareness is the first step towards healing and young Kenyan writer Emily K Millern knows it well. She often writes about her mental health struggles and so trasforms an unusual topic for poetry into art, achieving a therapeutic effect for herself and her readers. Sharing personal experiences – as her bipolar disorder – “reminds us that we are not alone, we are part of a bigger fight and we all have a role to play”, as she said. In fact, Emily strongly advocates for raising public awareness on mental health, a subject as sensitive as underestimated and neglected.

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“Agrodolce” è quel taglio nella pelle che soffoca il dolore dell’anima

Il disagio mentale può manifestarsi in svariate forme; alcune sono caratterizzate dall’autolesionismo, un circolo vizioso che conduce a punire il corpo, l’involucro del malessere interiore, fino quasi a trarne piacere. Questa esperienza viene raccontata con cruda sincerità da Mercy Bibian nel componimento poetico che qui presentiamo e che descrive il “viaggio” verso l’autolesionismo in singole scene di ispirazione cinematografica. L’esperienza del primo taglio e poi dei successivi, fino all’instaurarsi di una dipendenza dal dolore, dall’atto in sé del tagliarsi che – quasi inconcepibilmente – offre sollievo da pensieri e sensazioni che si fanno insostenibili.

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“Bitter sweet” is the skin cut that suffocates the screaming soul

Mental illness can include a variety of symptoms; sometimes self-harm can occur. In a vicious cycle, the individual punishes his/her own body – the shell containing a suffocating inner distress – and takes somehow pleasure in it. In this poem Mercy Bibian describes with brutal honesty the “journey” to self-harm in scenes of cinematographic inspiration. So the reader witnesses the first cut and then the following ones, up to the establishing of an addiction to pain, to blood, to cutting – an act that almost inconceivably provides relief of unbearable thoughts and feelings of anxiety and depression.

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L’empatia scioglie il nodo che lega migrazione e salute mentale

È ormai chiaro che la pandemia in corso influisce anche sulla salute mentale, in particolare di quelle persone sottoposte a forti stress come i migranti che tornano nel Paese d’origine. I traumi derivati dalle difficoltà affrontate durante il viaggio migratorio possono interferire con il processo di riadattamento culturale e reinserimento sociale; e le problematiche createsi a causa del Covid-19 non fanno che accentuare il problema. Il progetto Migrants as Messengers dello IOM si prefigge di fornire ai migranti gli strumenti per elaborare i proprio traumi e facilitare il rientro nella comunità di origine.

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“I Want to Fall Apart Quietly”: there’s hope at the end of sadness

A versatile artist from Zimbabwe, Chioniso Tsikisayi reveals in this poem a peculiar approach to mental health themes. A moment of awareness about an imminent psychological breakdown is represented with a very light and even sweet touch: the fall can be as beautiful as the rise. In the author’s own words: ““The light-heartedness of my writing is an ode to my inner child who chooses to see beauty in the midst of chaos. I think the literary space is already saturated with great, sombre pieces of writing, but as a young girl navigating the world, I don’t want everything that I read to be too heavy.”

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“Voglio andare in pezzi silenziosamente”: sognando la speranza

Eclettica artista dello Zimbabwe, Chioniso Tsikisayi dimostra in questo suo componimento un approccio particolare ai temi legati alla salute mentale. Un momento di consapevolezza rispetto a un imminente crollo psicologico è rappresentato con tratti leggeri e quasi soavi: anche la caduta può avere una sua bellezza. Come lei stessa ha detto: “La spensieratezza della mia scrittura è un’ode al mio bambino interiore che sceglie di vedere la bellezza anche in mezzo al caos. Lo spazio letterario è già saturo di componimenti egregi ma cupi. Essendo una giovane donna alle prese con il mondo, non voglio leggere solo scritti bui”.

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La salute mentale nella letteratura africana contemporanea

Una nuova generazione di scrittori di origine africana sta cominciando ad affrontare con grande sensibilità e profondità il tema del disagio mentale in letteratura. Un tema spesso trascurato ma che merita attenzione anche nel mondo delle arti – e non solo dunque in quello medico-scientifico – in quanto ormai elemento fortemente significativo nella vita di moltissime persone. L’articolo, un breve excursus, segnala otto libri (romanzi, raccolte di poesie, autobiografie) incentrati su personaggi che affrontano disturbi legati alla salute mentale, sul loro viaggio nell’oscurità dell’anima e l’eventuale guarigione e rinascita.

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Sudafrica: povertà e violenza, le cause disturbi d’ansia tra i giovani

In Sudafrica la metà degli adulti vive sotto la soglia di povertà e, di conseguenza, molti sono i giovani che si ritrovano ad abitare in quelli che vengono chiamati “insediamenti urbani informali”. Si tratta di contesti caratterizzati da povertà, spesso anche estrema, e violenza. Non a caso, questi due elementi sono stati identificati come fattori di rischio per lo sviluppo del disturbo d’ansia generalizzata – cioè una preoccupazione costante senza un motivo preciso – rilevato in un’alta percentuale di ragazzi e ragazze intervistati nell’ambito di uno studio di cui qui si riportano i risultati e le conseguenti riflessioni.

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Gli africani non soffrono di depressione, ecco un mito da sfatare

Al Cannes Marché du Film è stato selezionato”Black People Don’t Get Depressed“, un documentario ancora in lavorazione e alla ricerca di fondi della sudafricana Sara Chitambo, concepito a partire dall’esperienza personale della regista con problemi di salute mentale. La ricerca di aiuto terapeutico ha portato alla scoperta e alla documentazione di tutto ciò che ruota intorno a chi soffre di questi disturbi: dal superamento dello stigma all’isolamento, alla ricerca di una valida assistenza sanitaria che escluda quei trattamenti disumani ma molti diffusi nel continente e radicati nelle credenze popolari.

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Afrinurse, la piattaforma online a sostegno degli infermieri in Africa

Durante la pandemia da Covid-19 gli infermieri hanno combattuto in prima linea la battaglia contro il virus, non solo prestandosi a turni di lavoro estenuanti ma anche sopportando lo stress mentale e fisico che un simile impegno ha richiesto. Una piattaforma digitale creata da un’azienda informatica sudafricana si propone di offrire una rete di sostegno agli infermieri, dove possono trovare confronto, consulenze psicologiche e finanziarie, offerte di lavoro e sostegno emotivo. Lo scopo è quello di incentivare l’empowerment di una categoria che, altrimenti, secondo recenti stime è destinata a diminuire drasticamente nel prossimo decennio.

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Ghana, report on the UN Convention on Persons with Disabilities

The document includes an overview of the policies on disability adopted by the African country, as well as the recommendations by the work groups to conform laws and programmes to the Convention provisions.

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