Kenya, un linguaggio inclusivo per raccontare le storie di disabilità

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Jackline Ludibwi pubblicato su The Nairobian]

Una sfilata durante la Settimana di Azione sulla Disabilità Nazionale in Kenya. Flickr/ USAID U.S. Agency for International Development in licenza CC
Persone in carrozzina che sfilano in occasione della Settimana di Azione sulla Disabilità Nazionale in Kenya. Flickr/ USAID U.S. Agency for International Development in licenza CC.

Da giovane giornalista impiegata presso la Kenya Broadcasting Corporation (KBC), mi sono resa conto che nel racconto di questioni  riguardanti le persone con disabilità esisteva una certa scarsità di linguaggio.

Il mio desiderio di portare alla ribalta i diritti di questi individui mi ha spinto a fondare Abled Differently” [Diversamente Abile, NdT], il primo programma televisivo sulla disabilità in Kenya. Lo scopo è creare una sana conversazione sulle varie forme in cui si presenta. Credevo di salvare il mondo ma è lì che è iniziato il mio percorso linguistico su come raccontare le storie di disabilità.

L’espressione “Abled Differently” era di per sé inappropriata, ma anche le terminologie impiegate e le parole suggerite per descrivere le storie risultavano offensive. Man mano che prendevo confidenza con l’argomento, ho dovuto creare da zero le linee guida da seguire nel corso delle interviste sulla disabilità, ricordando continuamente al mio team di utilizzare un linguaggio inclusivo. Mi sono ritrovata dunque a riscrivere e a modificare in continuazione le mie storie.

Ho dovuto trovare il giusto equilibrio e per farlo ho trascorso quotidianamente molte ore a interagire con persone disabili e a capire il loro linguaggio. Tuttavia, prima di acquisire un certo livello di esperienza ci sono voluti anni. Ho instaurato un’intesa con le organizzazioni delle persone disabili in Kenya e, malgrado il loro scetticismo iniziale su un programma televisivo sulla disabilità, alla fine hanno accettato di mettere a disposizione le loro competenze per realizzarlo.

Anni dopo, Abled Differently è diventato un programma pluripremiato che è arrivato al cuore di milioni di persone, oltre ad avermi aiutata a diventare una giornalista migliore.

Nonostante le difficoltà incontrate, mi sono resa conto che il mio percorso – volto a comprendere come raccontare le storie di disabilità – rappresentava un privilegio. La maggior parte dei giornalisti africani non hanno la mia stessa fortuna, e molti continuano a ignorare il corretto uso dei termini riguardanti il tema della disabilità.

Spesso i cronisti, parlando di disabilità, fanno ricorso a parole o espressioni come minorato e handicappato. Ci sono poi altri termini che rappresentano le persone con disabilità come vittime o casi pietosi, andando a rafforzare così gli stereotipi negativi.

L’importanza di raccontare le storie sulla disabilità da parte dei media aiuta a promuovere la diffusione di immagini positive e inclusive di donne e uomini disabili, nonché a stimolare la realizzazione di un clima di non discriminazione e pari opportunità per queste persone a tutti i livelli dell’economia e della società.

La sensibilizzazione sul fenomeno della disabilità riduce inoltre la mentalità stereotipata e offre a tutti la possibilità di dar vita a una società inclusiva.

Quindi in che modo noi, in qualità di giornalisti, non dovremmo raccontare la disabilità?

Innanzitutto, elaborare storie di successo che abbiano come fonte di ispirazione personaggi con disabilità è controproducente, in quanto vengono ritratti come individui anormali che riescono a raggiungere obiettivi normali.

Nel suo articolo sul linguaggio rispettoso per le persone con disabilità, Shikuku Obosi, il consulente tecnico senior sull’inclusione di Sightsavers, identifica tre aspetti della lingua che possono rivelarsi discriminatori.

In primo luogo, il linguaggio può assegnare inutilmente una maggiore visibilità a fattori quali il sesso, l’etnia o il tipo di disabilità. In secondo luogo, può definire le persone in modo stereotipato invece di chiarire il loro bagaglio di competenze. Infine, il linguaggio impiegato per descrivere un gruppo di individui può risultare discriminatorio qualora non venga scelto da quest’ultimo ma risulti invece imposto.

Paul Chadwick, in un articolo pubblicato su The Guardian, sostiene che ai giornalisti serve molto più che la buona volontà per scrivere di disabilità, e che bisogna evitare di parlare delle malattie fisiche e mentali o dello status di disabilità del soggetto a meno che questi elementi non siano realmente attinenti alla storia.

Allo stesso modo, è sbagliato dire “le persone che convivono con una disabilità” in quanto si tratta piuttosto di individui con disabilità. Il verbo convivere è meglio utilizzarlo per coloro che vivono con una malattia curabile o gestibile dal punto di vista medico, come ad esempio il diabete o l’HIV. La disabilità non è una malattia che deve essere guarita.

Aggettivi quali pazzo, matto, folle, psicopatico, fuori di testa o squilibrato non sono appropriati se ci si riferisce a persone con una malattia mentale. Si tratta di termini dispregiativi e discriminatori che non fanno avanzare l’agenda delle persone con disabilità, ma rafforzano piuttosto il modello tradizionale basato sulla stregoneria e sulla presenza di spiriti maligni.

Inoltre, non si può definire un non disabile come normodotato o normale poiché l’uso di questi aggettivi induce a pensare che coloro che hanno una disabilità siano anormali.

Le persone con disabilità non hanno bisogni speciali. Quella dei bisogni speciali è una categoria che comprende diversi tipi di individui come per esempio gli anziani, i rifugiati e altre minoranze. In ogni caso, avere bisogni speciali non significa necessariamente avere una disabilità.

Parlare di deficit per riferirsi ad esempio ai sordi può risultare un termine presumibilmente più cortese rispetto a sordo. Eppure, la comunità dei sordi lo trova offensivo in quanto li definisce per ciò che non hanno, etichettandoli come macchine rotte. Basta dire semplicemente sordo.

E che dire dei termini handicappato o portatore di handicap? Gli individui affetti da forme di disabilità non sono portatori di handicap a meno che non siano limitati nelle attività quotidiane da barriere fisiche o attitudinali.

Visto che una persona non è la sua malattia, è meglio evitare di riferirsi a qualcuno soltanto tramite la sua tipologia di disabilità. Ad esempio, non bisogna dire “è un epilettico” oppure ­“è un albino” ma piuttosto “soffre di sindrome post-poliomielitica” oppure di “paralisi cerebrale” “epilessia”. 

Forse il modo più offensivo per riferirsi alle persone con disabilità è utilizzare il termine storpio. Si tratta di un linguaggio negativo e degradante allo stesso livello dell’aggettivo invalido che significa letteralmente non valido. Coloro che usano la sedia a rotelle sono persone che utilizzano una carrozzina, non persone in carrozzina in quanto non la usano, per esempio, anche per dormire ma semplicemente come dispositivo di assistenza.

Ci sono poi dei cliché da cui dovremmo stare alla larga come: sfortunato, miserabile, bisognoso, muto, storpio, deforme, ritardato, cieco come una talpa, o altre parole arroganti e dispregiative.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), oltre un miliardo di individui nel mondo (circa 1 persona su 7) ha una disabilità. Pertanto i media, in particolare quelli africani, devono ripensare al linguaggio e alle immagini da impiegare quando raccontano di persone con disabilità poiché il linguaggio è un’arma a doppio taglio: può dimostrare rispetto e affermazione ma anche sminuire le persone e rafforzare il fenomeno della discriminazione.

Detto ciò, la disabilità è un concetto in evoluzione, quindi i giornalisti dovrebbero essere sempre aggiornati sui cambiamenti terminologici. Innanzitutto, le persone disabili hanno i loro nomi ed è giusto chiamarle per nome piuttosto che con la loro forma di disabilità.

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