Africa, impatto e soluzione dei conflitti su società e salute mentale

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Marian Tankink, Yvonne Sliep e Friederike Bubenzer pubblicato su Africa Portal]

Il peacekeeping delle Nazioni Unite. United Nations Peacekeeping/Flickr in licenza CC
L’azione di peacekeeping da parte delle Nazioni Unite. United Nations Peacekeeping/Flickr su licenza CC

Nel corso della vita, molte persone si imbattono in eventi traumatici, in particolare chi vive in contesti caratterizzati da situazioni di guerra o conflitti violenti. Si stima che circa il 22% degli abitanti in territori del mondo colpiti da conflitti convivono con problemi legati alla salute mentale: depressione, ansia o disturbo da stress post-traumatico, e il 9% di essi ne è affetto in una forma da moderata a grave. Questi risultati sono il frutto di un’analisi dei dati di 129 ricerche riportate sulla prestigiosa rivista medica Lancet, riguardanti i 39 Paesi che hanno vissuto conflitti nell’ultimo decennio.

Spesso si dice che le persone restano traumatizzate dopo aver vissuto eventi potenzialmente letali. Il fatto di concentrarci sui traumi ci aiuta sia a trovare delle risposte a queste esperienze sia a identificare gli interventi clinici adeguati. Tuttavia, focalizzandosi unicamente su di essi, si rischia di considerare in un’ottica riduzionista la serie di possibili conseguenze derivanti dai conflitti, così come le loro possibilità di risoluzione.

Invece di guardare alle esperienze traumatiche soltanto attraverso una lente psicologica ed emotiva rivolta al passato, dovremmo adottare al tempo stesso una visione socio-politica olistica adattata a un contesto più ampio. Porre l’attenzione sui traumi è utile per quelle persone che soffrono di disturbi mentali gravi a seguito di avvenimenti estremi come i conflitti violenti.

Eppure, il ricorso a un approccio clinico prevalentemente occidentale presenta i propri limiti come la tendenza a porre troppa enfasi sull’espressione emotiva e il recupero della persona. In realtà, al fine di rimediare alle conseguenze a lungo termine dei conflitti, è necessario che la ricostruzione sociale, il benessere psicofisico e i riti culturali costituiscano gli elementi principali di qualsiasi processo di recupero sociale.

Il fatto di aver vissuto eventi traumatici è diverso dall’essere traumatizzati. Per fortuna, circa l’80% delle persone riescono a superare situazioni difficili senza manifestare conseguenze psicologiche a lungo termine in quanto dimostrano resilienza. Quest’ultima consiste nell’abilità degli individui e delle società di far fronte, adattarsi e “riprendersi” dagli eventi sfavorevoli. Alcuni individui sviluppano nuove capacità nell’affrontare tali esperienze dolorose e angoscianti come quella della crescita post-traumatica.

Riprendersi da un trauma può portare alla comparsa di nuove abilità o intuizioni che le persone non sapevano di avere o che normalmente non avrebbero sviluppato. Gli eventi traumatici tendono tuttavia a non verificarsi in maniera isolata, e la continua tensione derivante dal dover gestire molteplici fattori di stress, soprattutto nei contesti in cui sono in atto conflitti violenti, può compromettere la resilienza.

Il legame tra conflitti e salute mentale

L’esperienza di conflitti violenti, i fattori di stress quotidiani e la salute mentale sono legati tra di loro da una relazione complessa. Uno studio dimostra che le fonti di stress quotidiane, come le sfide cumulative a cui le persone sono esposte ogni giorno, spesso risultano molto più vincolanti rispetto al valore che viene loro riconosciuto. Alcuni esempi sono le lotte sociali ed economiche che si compiono giornalmente come andare e tornare dal lavoro utilizzando mezzi di trasporto pubblici pericolosi e costosi, portare il cibo in tavola, pagare le rette scolastiche e godere di un’assistenza sanitaria di qualità a prezzi accessibili. La continua violenza strutturale, uno scenario comune nei contesti post-bellici, è in grado di causare stress significativi che a loro volta sfociano in problemi psicologici quali ansia, depressione, paura e difficoltà a relazionarsi con altre persone.

Le comunità che escono dai conflitti subiscono violenze e ingiustizie per molto tempo dopo la proclamazione del cessate il fuoco e la firma degli accordi di pace. I racconti di ricordi oppressivi e dolorosi si impiantano nelle storie familiari e vengono tramandati da una generazione all’altra. I luoghi fisici e i sistemi di oppressione impiegano decenni per ricostruirsi e trasformarsi e in questo modo continuano a creare scompiglio nella società ben oltre il periodo di smantellamento ufficiale delle truppe.

I conflitti compromettono la fiducia interpersonale e quella nelle istituzioni. Di conseguenza, le relazioni si rompono e l’assenza generale di giustizia e di responsabilità continuano a intaccare la coesione sociale. In risposta a ciò, si può assistere all’insorgenza di sentimenti di disperazione, impotenza e isolamento sociale che influenzano negativamente il benessere psicofisico e le loro condizioni sociali ed economiche.

Livelli di stress così elevati hanno un impatto non solo sul benessere psicologico degli individui ma spesso penetrano all’interno delle famiglie e delle società in generale, contribuendo a generare cicli ripetuti di violenza. La violenza domestica, i fenomeni di autolesionismo e l’abuso di sostanze tendono a rientrare in queste sequenze di atrocità, creando così danni alla società. Pertanto, l’impatto dei traumi non si limita soltanto al tempo passato ma permane nel presente ed è aggravato da continui flussi di violenza diretta e strutturale e dall’assenza di speranza per un futuro migliore.

Accettare il passato è un’azione spesso legata alla capacità di riprendere le proprie attività quotidiane, le stesse che fanno sì che le persone riescano a portare avanti la propria routine con regolarità e sicurezza e che danno loro la possibilità di ritrovare la speranza per l’avvenire desiderato. Il fatto di avere una visione del futuro offre alle persone un senso di comunità.

Per poter essere efficaci, gli sforzi di recupero devono essere rivolti a tutti i livelli della società: individuale, interpersonale, familiare e comunitario. I tentativi compiuti tra le agenzie a livello interdisciplinare devono considerare i danni arrecati sul piano socioculturale, religioso, politico o economico, ognuno dei quali crea confusione e disperazione. L’impiego di un approccio olistico per contribuire al processo di guarigione e di recupero deve includere al tempo stesso la ricostruzione sostenibile dei mezzi di sostentamento. Ad esempio, uno studio condotto nel 2019 dall’ONG TPO Uganda mostra l’improbabilità di successo delle iniziative di dialogo finché i bisogni primari delle persone non vengono soddisfatti.

Alla luce di quanto detto sopra, può sembrare ovvio che i settori del peacebuilding e quello della salute mentale e del supporto psicosociale (MHPSS) debbano collaborare nei rispettivi impegni per aiutare la società a riprendersi dopo un conflitto violento. Ma per il momento non è ancora così. Credenze, stereotipi, mancanza di conoscenza dell’altro settore e stigma sulla salute mentale continuano a ostacolare l’integrazione.

L’Istituto per la Giustizia e la Riconciliazione (IJR) con sede a Città del Capo sta lavorando con partner professionisti di entrambi i settori che si trovano in Kenya, nello Zimbabwe e in Sudafrica. L’obiettivo è quello di realizzare una pratica integrata che instaurando da subito un nesso tra i due campi riesca a generare in entrambi risultati più sostenibili. Comprendere la misura in cui i conflitti violenti colpiscano gli individui e in generale la collettività richiede l’adozione di una visione olistica: osservare il comportamento del singolo all’interno della società e il modo in cui quest’ultima venga plasmata dal contesto.

Se da un lato l’attenzione ai traumi è utile nel fornire cure specialistiche a chi ne ha bisogno, una visione più ampia offre la possibilità di evitare l’interiorizzazione delle conseguenze dannose causate dalla violenza strutturale. Impiegare un approccio olistico basato sulla resistenza, in cui tutte le storie vengono riconosciute e ne vengono incoraggiati i legami, contribuisce al benessere individuale e collettivo. Non ci può essere una società pacifica senza pace interiore.

[Marian Tankink (antropologa, medico olandese), Yvonne Sliep (specialista sudafricana in salute di comunità) e Friederike Bubenzer (responsabile senior progetti presso l’Istituto per la Giustizia e la Riconciliazione in Sudafrica) sono i ricercatori di un progetto dell’IJR per creare un nesso tra i settori del peacebuilding e quello della salute mentale e del supporto psicosociale (MHPSS).]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.